sabato 19 novembre 2016

La storia di Anna Brewster Morgan.

Chi mi conosce sa che quando mi rilasso, se non leggo o non ascolto musica, faccio ricerche. Ebbene si, ricerche online su tutto quello che mi piace o che di curioso mi potrebbe interessare; e proprio durante uno di questi momenti sono incappata per puro caso nella storia di Anna Brewster Morgan.



Anna Brewster nacque il 10 dicembre del 1844 ad Atlantic City (America), in una famiglia di avvocati, ultima di quattro figli. Dopo aver passato la sua vita, fin dall'età di cinque anni, in giro per famiglie che l'accolsero provvedendo alle sue necessità e alla sua educazione, si trasferì dal fratello Daniel in Kansas. Questa convivenza durò fino a quando Anna, all'età di diciannove anni, si sposò con James Morgan, il 13 dicembre del 1868. (La donna, che lavorava come maestra di scuola, viene descritta dalle fonti dell'epoca come molto bella: capelli biondi, occhi azzurri e una delicata pelle bianca.)
Appena un mese dopo le nozze, e più precisamente il 3 ottobre del 1868, accadde però un avvenimento che determinò tutta la vita della giovane: il marito, che quel giorno si trovava a lavorare nei campi a qualche miglio di distanza dalla fattoria, venne improvvisamente attaccato da una banda di indiani Sioux. James riuscì a fuggire, ma nel mentre i suoi cavalli imbizzarriti tornarono alla casa coloniale, dove Anna allarmata decise di uscire per mettersi sulle tracce del marito.
Purtroppo però fu avvistata dagli indiani, che appostati dietro ad una folta vegetazione le tesero una piccola imboscata; la donna dunque fu catturata, brutalmente violentata e condotta al loro accampamento come schiava.
Non molto tempo dopo, la giovane venne ceduta ad un'altra tribù locale, quella dei Cheyenne, che in precedenza aveva rapito la signorina Sarah White. Quest'incontro scosse molto l'animo di Anna che da quel momento in poi cominciò a reagire, manifestando fin da subito un forte carattere.
Difatti la ragazza resistette in tutti i modi possibili ed immaginabili ai Cheyenne, acquistando ben presto un forte rispetto presso tutta la tribù, tanto che uno dei capi le propose di diventare sua moglie.
Anna accettò la proposta sia perché questo le avrebbe reso la vita molto più facile e sia perché, nel frattempo, si era innamorata dell'indiano. Infatti non molto tempo dopo, la giovane rimase incinta.
In tutto questo, appena dopo la scomparsa della nostra protagonista il marito aveva provveduto a formare una squadra di soccorso, che a lungo provò a salvare le due donne, fino a quando durante uno scontro con i Cheyenne non riuscirono a catturare alcuni dei capi, tra cui anche l'ormai marito di Anna.
La questione fu sbrigata in poco tempo, o si restituivano le donne o avrebbero impiccato i prigionieri; dunque la tribù decise di lasciarle libere, e Anna poté tornare dal marito, il 22 marzo del 1869.
La coppia, in ogni caso, non era destinata ad essere felice; la donna infatti diede alla luce il piccolo Ira, figlio del suo amante indiano, a cui lei era profondamente legata (era solita ripetere come assomigliasse al padre), e che purtroppo morì alla tenera età di due anni.
A nulla valse l'arrivo di altri due bambini, questa volta avuti da James; Anna decise di chiedere il divorzio e tornò a vivere a casa di suo fratello.
La donna fu molto criticata dalla società del tempo per aver scelto di portare in grembo il figlio di un nativo americano e questo le comportò una sorta di vera e propria emarginazione. Un suo conoscente riferì che spesso era solita ripetere come più volte avesse desiderato di non essere stata mai ritrovata.
Finì i suoi giorni in un ospedale psichiatrico dove morì all'età di cinquantasette anni, l'11 giugno del 1902. Il suo corpo si trova nel cimitero di Delphos, accanto alla tomba del suo amatissimo bambino Ira.



(La tomba di Anna con accanto quella del piccolo Ira)


Questa storia struggente è stata utilizzata per una film televisivo del 1997 (Stolen Women: Captured Hearts), che personalmente consiglio (anche se ahimè, reperibile solo in inglese). Il finale è molto diverso dalla realtà dei fatti, ma non per questo da criticare; anzi, l'ho trovato bellissimo (tanto da commuovermi), perché in qualche modo è come se avesse mostrato l'ultimo grande sogno di Anna: ovvero ricongiungersi con il suo capo indiano, che per paura della società del tempo o, peggio ancora, di quella che era stata la sua possibile fine, la giovane non aveva avuto il coraggio di cercare.




(Una scena del film)

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